Photovoice
Un progetto di ricerca-azione
Abbiamo realizzato un importante progetto in Casa di Cura. Attraverso il Photovoice, un metodo di ricerca-azione introdotto nei primi anni '90 da Wang e Burris per rendere soggetti appartenenti a minoranze i veri protagonisti di una ricerca sociale, abbiamo esplorato la quotidianità di 7 giovani pazienti (18-42 anni) con diagnosi di disturbi di personalità in comorbidità con dipendenze, ospiti della struttura.
Il Photovoice è un potente mezzo di ascolto, riflessione e comunicazione nato per dare voce alle persone escluse dai processi decisionali, capace di unire ricerca, partecipazione sociale, costruzione di senso e empowerment. Si avvale della produzione e della discussione di fotografie scattate dagli stessi partecipanti, che ri-narrano le dimensioni oggetto di analisi focalizzando i punti di forza e di debolezza delle stesse, costruendo poi soluzioni percorribili e concrete.
Primo studio in Italia di questo tipo, con questi attori sociali e in questo contesto, ha voluto interpellare direttamente chi abita i contesti di cura della malattia mentale, ancora caratterizzati, almeno in parte e in alcuni interventi, da una misura terapeutica di chiusura, isolamento e allontanamento del paziente dal contesto sociale. Le politiche sanitarie e i protocolli di cura non problematizzano mai questa istanza custodialistica: si è finalmente messa in luce la contro-narrazione data dal paziente dell’impatto di tale modalità nel percorso di cura offerto.
Il progetto è stato uno spazio di riflessione condivisa sulle esperienze vissute all’interno della Casa di Cura (e non solo), favorendo l’espressione delle emozioni anche più disturbanti e la valorizzazione degli aspetti positivi della vita comunitaria. Grazie a un percorso non di tipo intellettuale o di confronto fra specialisti ma all'analisi fatta dai destinatari delle cure, in un dialogo tra pari e con il personale della struttura. L’obiettivo è duplice: da un lato, raccogliere le percezioni autentiche dei pazienti rispetto alla “chiusura” del ricovero, individuando punti di forza e criticità; dall’altro, stimolare la consapevolezza e l'empowerment individuale, offrendo ai partecipanti strumenti per influenzare le decisioni riguardanti la loro quotidianità e per proporre possibili miglioramenti ai servizi offerti e alle condizioni di vita collettiva all’interno della struttura.
E' stata un'esperienza in cui l'equipe e i diversi comparti della struttura si sono messi in gioco, aprendosi allo sguardo e al giudizio dei pazienti, dove il "gruppo di studio" dei pazienti, in veste di etnografi, è stato fondamentale per il suo “sapere di cittadinanza”, per la sua concreta esperienza di abitante della situazione indagata. La risposta del gruppo di studio è stata pronta, impegnata, molto coinvolta ed estremamente interessante nelle parole, soprattutto negli scatti, nei punti di vista donati con grande fiducia e generosità. Materiale emozionante di cui vi parleremo a lungo.